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"A." semu tutti devoti tutti?

durata: 60 min

3° tappa dal progetto “re-mapping Sicily”

prima assoluta: 23 gennaio 2009 Scenario Pubblico. Per TE.ST Teatro Stabile Catania
Repliche: 24, 25, 30 31 gennaio, 1, 6, 7, 8 febbraio 2009

Coreografia, regia , scene e luci  : Roberto Zappalà
Musica originale (eseguita dal vivo): Puccio Castrogiovanni (I Lautari)
Carmen Consoli ascolta, approva e poi sconvolge le corde della sua chitarra
Costumi : Marella Ferrera e Roberto Zappalà
Drammaturgia: Nello Calabrò e Roberto Zappalà
Testi : Nello Calabrò
Realizzazione scene e costumi e assistenza: Debora Privitera

Interpretazione e collaborazione:

Danzatori: Adriano Coletta, Alain El Sakhawi, Akos Dòzsa, Samantha Franchini, Salvatore Romania, Fernando Roldan Ferrer, Antoine Roux-Briffaud, Massimo Trombetta
Musicisti : Salvo Dub, basso | Puccio Castrogiovanni, corde, marranzani e fisarmonica |
Salvo Farruggio, percussioni | Peppe Nicotra, chitarre


Una produzione
compagnia zappalà danza – Teatro Massimo Bellini di Catania - Scenario Pubblico - steptext dance project (ger)

in collaborazione con Teatro Stabile di Catania

con il sostegno di Provincia Regionale di Catania

la compagnia è sostenuta da Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Pensare, immaginare, concepire e costruire uno spettacolo su S. Agata partendo da Catania è quanto di più rischioso e pericoloso si possa osare. Perché, negando e confermando al contempo, ogni possibile luogo comune, l’identificazione città /popolo/ santa trova appunto a Catania uno dei luoghi al mondo dove questo avviene in maniera più inestricabile. Una santa, la cui immagine devozionale,(le tenaglie, i seni straziati), in bilico fra erotismo ed un sadismo tra guignol e splatter, è, forse, la più immediatamente riconoscibile di tutta l’iconografia religiosa cattolica. Un apparato iconografico che si vuole far sposare con il moderno, con la contemporaneità, per dare origine a contrasti e cortocircuiti; per proporre nello scenario arcaico e contemporaneo della festa religiosa le contraddizioni di un mondo dove ad essere “straziati” non sono solo i seni ma intere tipologie umane e concettuali.
Se lo spettacolo non può avere l’ambizione e la capacità dell’Aleph borgesiano di “… contenere tutti i punti … tutti i luoghi …, visti da tutti gli angoli”, ha senz’altro quella di dare, attraverso e partendo da Agata, figura storica e mito, festa religiosa e festa di popolo, teatro della devozione e teatro della finzione, luogo d’amore e di furore, spazio del riscatto e dello sfruttamento, palcoscenico dove l’individuo si perde(beatamente?)nella massa, uno sguardo profondo e rivelatore su quello che ci fa essere, nel bene e nel male, quello che siamo, che siamo stati, che rischiamo di essere.
 
 La missione:
A nasce dalla necessità, sofferta, e a lungo rimandata, per timore e pudore artistici non religiosi, di affrontare con S. Agata una serie di nodi cruciali dell’essere siciliano. In primo luogo il suo rapporto con dio, la religione, il trascendente. Rapporto che si configura in due aspetti opposti e complementari; quello privato e quello pubblico, due facce della medaglia di un’ambiguità di fondo che non è possibile chiarire. Come se il siciliano fosse condannato a questo paradosso: rendere pubblico il proprio fervore mistico, la propria devozione come l’unico modo di manifestare la propria religiosità, ma così facendo rischiare di snaturala o addirittura di cancellarla. Non si poteva, quindi, tralasciare in un progetto come re-mapping sicily – percorso che Roberto Zappalà ha di recente intrapreso con l’intenzione di rileggere la Sicilia attraverso il suo linguaggio scenico - l’aspetto della religiosità popolare, un apparato che nell’isola diventa cartina di tornasole per quasi tutto, un teatro d’operazioni che investe e riassume facendoli esplodere tutti gli aspetti della sicilitudine/sicilianità.

 

 

 

 

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